La crisi delle “vecchie utility” nel mercato energetico attuale

smart_grid_energia_rinnovabile_smart_grid_rete_elettrica_smart_grid_fonti_rinnovabili_1Molti anni fa pareva inimmaginabile, ma il settore elettrico oggi attraversa una trasformazione strutturale che mette in crisi lo sfruttamento dei combustibili fossili.

L’industria dell’energia elettrica si è sviluppata all’inizio del secolo scorso su alcuni assunti economici solidi universalmente accettati: economie di scala, domanda in crescita e rigida, grandi investimenti da fare.

Negli ultimi anni tutti questi fattori sono venuti meno: l’industria è cambiata, sia per ragioni di tipo tecnologico che per la raggiunta maturità della domanda in Europa.

  • Le economie di scala. Per ridurre i costi di produzione a metà del secolo scorso sono stati costruiti impianti di dimensioni enormi. Un impianto standard Enel negli anni ’70 era una centrale policombustibile con 4 gruppi da 660 MW che raggiungeva il 48% di rendimento, con costi di circa 5 miliardi di euro attuali. Oggi superiamo quei rendimenti con impianti con costi unitari dimezzati e taglia dell’ordine di 1 MW. Perché dunque costruire ancora grandi impianti, osteggiati dalla popolazione, difficili da finanziare, rigidi nel seguire le variazioni della domanda?
  • Domanda in contrazione. La domanda di energia elettrica in Europa è scesa del 2,5% tra il 2007 e il 2012, in Italia del 6,7% tra il 2007 e il 2013. Tale contrazione, in parte dovuta alla congiuntura economica, è strutturale, legata a un cambio delle attività economiche e a una sostituzione tecnologica accelerata. Si pensi ai consumi di casa con elettrodomestici sempre più efficienti: un frigo di oggi consuma metà di uno di 15 anni fa, l’illuminazione incide per un quarto rispetto a 10 anni fa, e cosi via.
    Si riducono così le ore di utilizzo degli impianti di produzione, con difficoltà a recuperarne i costi di costruzione, ed flussi sulle reti, con la riduzione degli introiti per l’attività di distribuzione. E non solo scende la domanda ma cresce la quota dei consumatori morosi che, pur consumando, non pagano, con impatti pesanti sui conti.
  • La domanda rigidaL’avvento della tecnologia digitale ha reso possibile un controllo distribuito delle reti, l’aggregazione di produzioni e carichi, la gestione distribuita delle reti. Il coordinamento dei carichi non è più un monopolio del gestore di rete.
  • I nuovi investimenti. In passato si realizzavano grosse infrastrutture di rete. Oggi queste attività sono marginali e molte imprese si trovano con competenze elevate, ma non necessarie, difficilmente convertibili nella fornitura dei nuovi servizi di cui il settore ha bisogno.

Il venir meno di questi fattori impone alle imprese un cambio radicale del modello di business, reso obsoleto dalle innovazioni tecnologiche. Inoltre, grazie alla liberalizzazione della vendita e alla diffusione della produzione su piccola scala, i consumatori sono sempre più indipendenti nel proprio fabbisogno e chiedono alla rete servizi diversi da quelli passati.

Oggi in Italia vi sono oltre 1/2 milione di produttori a fronte di 37 milioni di utenze di consumo: i clienti non possono più essere pensati come soggetti passivi a cui le utility cedono energia, ma interlocutori con cui interfacciarsi nel dare e ricevere servizi.

Inoltre la riduzione dei costi di tecnologie come il fotovoltaico rende accessibili modi nuovi di approvvigionarsi, più vicini ai consumatori e coerenti con le loro aspirazioni di democrazia e di partecipazione e favorisce la presenza di una molteplicità di operatori.

Dal 2008 a oggi le dieci maggiori utility elettriche europee hanno perso oltre metà del loro valore, minacciate dalle nuove frontiere di gestione tecnica del servizio, dalla deregolamentazione che ha tolto loro i monopoli, dalle stringenti norme ambientali, dall’effetto di riduzione dei prezzi sul mercato elettrico causato dalla penetrazione crescente delle rinnovabili a costo marginale nullo.

Tuttavia nell’ultimo decennio tali impres hanno installato ancora 85 GW da combustibili fossili, tenendo posizioni difensive su rinnovabili e impianti distribuiti presso i consumatori. In Germania le quattro maggiori imprese producono il 70% dell’energia consumata, ma hanno solo meno del 6% della potenza eolica e solare installata. E così nel resto d’Europa.

In fin dei conti è un deja vu: la trasformazione nel settore dell’energia ricalca quella percorsa negli anni ’90 nel settore delle telecomunicazioni, con il passaggio al digitale e alla tecnologia mobile, che fanno del settore di oggi qualcosa di totalmente diverso da quello di 20 anni fa.

Tra 10 anni il settore energetico attuale sarà totalmente diverso: diversi tipi di contratti, diversi modi di far pagare il servizio, diversi modi di comunicare, aggregare i consumatori, produrre e consumare. È lecito chiedersi se queste innovazioni saranno portate da imprese tradizionali o nuovi entranti. Nelle telecomunicazioni i soggetti sono cambiati: Skype, Whatsapp, Viber, che 10 anni fa non conoscevamo, oggi ci sono familiari e hanno preso la fetta maggiore delle nuove opzioni tecnologiche disponibili.

In futuro forse assisteremo all’innovazione del servizio: un’applicazione per i telefoni in cui vedere, confrontare, monitorare i nostri consumi e modificheremo le condizioni contrattuali direttamente da un sito, in cui poter acquistare una quota desiderata di energia rinnovabile.

Abbiamo le competenze tecniche per spingere il settore a una maggiore sostenibilità, contendibilità ed efficienza, ma le utility europee sono ancora arroccate nel sostegno del proprio ruolo storico, difendendo un modello di business antiquato che poco considera le nuove opportunità per i consumatori.

Per spingere le imprese fornitrici tradizionali a nuovi modi di approvvigionamento, l’unica via è quella di continuare ad alimentare la molteplicità di operatori e la diffusione capillare delle installazioni da fonti rinnovabili presso privati. Una sfida che installatori come Medielettra affrontano giornalmente.

 

Una Risposta

  1. “…Dal 2008 a oggi le dieci maggiori utility elettriche europee hanno perso oltre metà del loro valore…”

    Un dettaglio illuminante, segno del fatto che gli investitori hanno notato il cambiamento.

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