Le rinnovabili in Italia e nel mondo: lo stato di fatto

RinnovabiliNel 2015 nel mondo, per la realizzazione di nuovi impianti da fonti rinnovabili, sono stati investiti oltre 290 miliardi di €, in crescita del 21% rispetto al 2014.

E’ evidente come il trend negativo del 2012 e 2013 sia superato ed anzi il 2015 fa segnare il «record» assoluto degli investimenti, anche oltre il picco del 2011. E’ cambiata però la “geografia” del mercato.

L’Europa ha perso il ruolo di leadership, passando dal 40% degli investimenti complessivi nel 2008 al 21% nel 2015, facendosi superare anche dall’America. Ma nonostante questo, Regno Unito, Germania e Francia, continuano ad avere piani di sviluppo delle rinnovabili di rilievo.

Va detto però, che pur con i vari tagli, colpi bassi e rimaneggiamenti dei feed-in-tariff (FiT), l’Europa ha tagliato il traguardo dei 100 GW di fotovoltaico collegato alla rete.

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La crescita è stata rapida. In poco più di dieci anni – dal 2005 al secondo trimestre del 2016 – la UE ha aggiunto ai 3 GW di partenza altri 97 GW di capacità fotovoltaica. Questo risultato è dovuto principalmente a due fattori: da una parte alla riduzione dell’80% dei costi e dall’altra normative e sistemi di supporto dedicati alle energie rinnovabili. Tuttavia pare che adesso il resto del mondo ci stia superando.

L’Asia è infatti leader indiscusso degli investimenti in rinnovabili nel 2015, con il 55% del totale contro il 23% del 2008.

L’Africa, quasi irrilevante nel 2008, ha moltiplicato per 20 il livello di investimenti, contando al termine del 2015 circa un terzo dell’Europa, contro un rapporto che era 1 a 45 nel 2008. La presenza di regimi incentivanti «all’europea» in Egitto, Marocco e Algeria ha permesso di raggiungere in solo questi 3 paesi quota 14 mld € di investimenti per la realizzazione di nuovi impianti da fonti rinnovabili.

Altro aspetto degno di nota è che il fotovoltaico, con oltre 120 mld € è la principale fonte rinnovabile per quota di investimenti, «pesando» per il 41% del totale, seguita dall’eolico che si ferma al 31% del totale e dall’idroelettrico con il 22%.

In Italia nel 2015 le rinnovabili hanno contribuito al 40,5% della produzione e alla copertura del 35% della domanda elettrica nazionale.

Complessivamente la potenza installata è pari a 50,3 GW, in crescita dell’1,8% rispetto al 2014 con un parco impianti che è composto per un terzo della sua potenza da impianti idroelettrici (95% dei quali attivi però ben prima del 2008), un terzo da fotovoltaico e la rimanente parte da eolico, biomasse e geotermico.

Il valore delle nuove installazioni è stato nel 2015 di circa 558 mln €, con il mercato residenziale che ha pesato per oltre 284 mln € (il 51% del totale), mentre gli impianti di taglia pari o oltre 1 MW hanno ricevuto nel 2015 investimenti per «solo» 15 mln €.

La tabella sintetizza l’andamento delle installazioni in MW ed € suddivise per fonte.

Andamento installazioni in MW suddivise per fonte

(*) A queste vanno aggiunti i dati relativi alla altre rinnovabili (geotermia e concentrazione solare) per un totale di 60 MW e 185 mln € nel 2010-2015

Sulla base di quanto visto in precedenza, e attraverso l’analisi dei principali fattori di contesto che impattano su ciascuna fonte rinnovabile è stato possibile stimare – attraverso la costruzione di due scenari (uno ottimistico ed uno pessimistico) – il potenziale di nuove installazioni per le diverse fonti rinnovabili in Italia nel periodo 2016-2020, come riportato nella tabella seguente.

Previsioni Italia

Considerando le probabilità di accadimento dei diversi scenari pare ragionevole ipotizzare installazioni complessive pari a 4.000 MW nel periodo 2016-2020 con l’eolico a guidare la classifica delle rinnovabili.

Il “baricentro” degli investimenti in rinnovabili si è visto si è spostato dall’Europa ad altre macro-aree a forte sviluppo (SudCentro America, Africa, Est-Europa, in ordine di investimenti attesi da qui al 2020). E’ indubbio come sia necessario, per gli operatori europei (e quindi anche italiani), guardare a queste aree alla ricerca di possibili sbocchi di mercato che contrastino il calo della domanda interna europea.

Tre i possibili modelli di accesso in tali mercati.

  • Quello predominante in Africa, il modello “finance driven”, in cui gli apri-pista del mercato sono gli investitori finanziari, interessati a ottenere le autorizzazioni alla realizzazione degli impianti e a costruire delle cordate di operatori industriali per la realizzazione. Il modello “finance driven” vede tra i protagonisti investitori tedeschi, francesi e spagnoli interessati a ”esportare” le filiere nazionali delle rinnovabili in crisi dopo il calo della domanda interna.
  • Quello predominante in Est-Europa e Centro-Sud America, il modello “utility driven”, in cui gli apri-pista del mercato sono le grandi società dell’energia, interessate a diversificare i propri investimenti ed a cercare sentieri di crescita (nelle rinnovabili e non solo) che vadano al di là del mercato europeo. In questo caso vi è un effetto di ”trascinamento” di operatori dell’indotto, spesso appartenenti al paese di origine della utility che compie l’investimento, ma vi è una attenzione maggiore anche allo sfruttamento della filiera locale ed in ogni caso sono minori in numero (ed in valore) le attività demandate a terzi.
  • Quello che appare – anche se mai in posizione di predominanza – in tutti i casi è il modello “technology driven”, ossia in cui sono gli operatori detentori della tecnologia “chiave” di un impianto a rinnovabili (come l’aerogeneratore nell’eolico ad esempio) ad acquisire l’autorizzazione a realizzare gli impianti. Gli investitori technology driven solitamente non realizzano in proprio bensì si affidano ad un terzo che svolga il ruolo di main contractor, garantendosi le fornitura del componente “chiave”. In questo caso l’appartenenza geografica del main contractor non è necessariamente in relazione con quella dell’operatore detentore della tecnologia e quindi vi è un effetto di “trascinamento” decisamente minore.

E l’Italia? Purtroppo il nostro paese – che avrebbe relazioni commerciali privilegiate soprattutto nel Mediterraneo – non sembra giocarsi al meglio questa nuova “partita” per il rilancio delle rinnovabili. Non vi sono operatori finanziari (da quelli “istituzionali” a quelli “privati”) del nostro paese con portafogli di investimento paragonabili a quelli di Germania, Francia e Spagna con riferimento alle rinnovabili. E non vi sono leader tecnologici riconosciuti a livello globale sulle tecnologie “chiave” delle rinnovabili.

Si stanno muovendo “solo” le grandi utilities, con indubbio successo in termini di posizionamento, ma anche con minore capacità o possibilità di “trascinare” indotto.

Vi è ancora spazio di manovra (e non mancano i soggetti potenzialmente titolati) visto che l’orizzonte di sviluppo di molti paesi esteri è ancora di medio-lungo termine, ma occorre agire ora per evitare di perdere l’ennesimo “treno” delle rinnovabili.

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